Nella lingua italiana esistono due accenti, quello grave e quello acuto che indicano rispettivamente un suono chiuso o aperto della vocale.

Non tutte le vocali si prestano a un suono duplice. La a ha sempre suono aperto (à), la e e la o possono avere suono aperto o chiuso (è, é, ò, ó), la i e la u hanno sempre suono grave (í, ú) ma, complici le tastiere dei computer, è entrato nell’uso e nei fatti accettato l’accento acuto (ì, ù).
Come abbiamo visto, in Italiano è obbligatorio esprimere l’accento solo sulle parole tronche, ossia quelle che hanno l’accento sull’ultima sillaba (città, caffè, università). Per quanto riguarda le parole tronche, abbiamo vita facile con la a, la o, la i e la u, infatti quando queste vocali sono in fine di parola, esse portano sempre l’accento grave (à, ì, ò, ù).
Più problematica è la e che in fine di parola può essere grave o acuta.
Ecco alcune semplici regole:
la e porta l’accento grave (è) nei seguenti casi:
1) sulla terza persona singolare del verbo essere (è) e sul suo composto cioè.
2) Sui termini: caffè e tè.
3) Su alcune parole di origine francese entrate in uso corrente nella nostra lingua: bignè, purè, bebè, bidè, gilè.
La e porta invece l’accento acuto (é) in questi casi:
1) Sui composti di che: affinché, perché, alcunché, benché, finché, poiché.
2) Sul passato remoto di alcuni verbi in -ere (poté, ripeté).
3) Sui termini: scimpanzé, mercé, testé.
4) Sui monosillabi né e sé.